Il testo che segue è un estratto dal saggio scritto da Domenico Quaranta per accompagnare in catalogo la mostra Cyphoria, il suo contributo a Altri tempi altri miti. 16a Quadriennale d’Arte, in corso a Palazzo delle Esposizioni, Roma fino all’8 gennaio 2017.
La versione integrale di questo testo, gentilmente concesso dall’editore, è disponibile nel catalogo della mostra, pubblicato da Nero Edizioni. Maggiori informazioni qui.

Cyphoria è una mostra che intende indagare il modo in cui la condizione contemporanea si riflette nel lavoro di alcuni artisti italiani che hanno iniziato a lavorare, in momenti diversi, nel corso di questa evoluzione. Racconta lo sforzo, e il disagio, di vivere una condizione che l’uomo ha prodotto, ma che non è stato istruito ad abitare; di decodificarne e rivelarne i linguaggi e l’influenza sulle forme del lavoro, della comunicazione, della socialità e della politica, di adottarne e di plasmarne le estetiche e gli immaginari. Raccoglie artisti che esplorano questa condizione sia nella sua dimensione pubblica – affrontando questioni come la censura, la crisi della proprietà intellettuale, la sorveglianza, le nuove economie sommerse della rete, l’ubiquità della produzione di artefatti culturali – sia nella sua dimensione privata – indagando le conseguenze intime e personali introdotte dall’iperconnessione, dall’accelerazionismo, dal diluvio di informazioni, dal nuovo equilibrio tra dimensione pubblica e dimensione privata a cui vivere in rete ci ha abituato.
A prima vista, la voce dell’arte italiana su questi temi potrebbe sembrare una voce debole. Guardando all’Italia contemporanea attraverso il filtro dell’arte più frequentata dalle gallerie e dai musei, si potrebbe avere l’impressione che il nostro paese abbia istituzionalizzato il divario digitale: che Internet sia penetrato a fatica, che la telefonia mobile sia poco radicata, che il mondo del lavoro sia rimasto fermo a modelli dell’età industriale o preindustriale, e con lei la politica e la società in generale.
La realtà, ovviamente, non è così: anche qui, il mondo del lavoro è stato stravolto dall’avvento del precariato, del lavoro a distanza, e dalla terziarizzazione della società; la politica italiana viene studiata con attenzione anche a livello internazionale per le sue capacità di innovazione linguistica e il suo uso dei mezzi di comunicazione dal basso; secondo le statistiche, nel 2014, il 64% delle famiglie e il 95% delle imprese ha un accesso a internet, e nel 2015 una popolazione di 62 milioni di abitanti ha attivato 104 milioni di abbonamenti di telefonia mobile. Del resto, la difficoltà dell’arte di reagire all’evoluzione tecnosociale in corso non sembra essere un dato solo italiano. Nel settembre 2012, Claire Bishop si domandava in un discusso articolo su Artforum:

perché ho la sensazione che l’arte contemporanea, nel suo aspetto e nei suoi contenuti, sia stata curiosamente incapace di rispondere al cambiamento assoluto introdotto dalla rivoluzione digitale in ogni aspetto della nostra vita? Se molti artisti usano la tecnologia digitale, quanti di loro realmente affrontano la questione di cosa significhi pensare, vedere, e filtrare le emozioni attraverso il digitale? Quanti ne fanno il proprio tema, o riflettono profondamente su come facciamo esperienza della digitalizzazione della nostra esistenza e siamo alterati da essa?

  • Photo Domenico Quaranta
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  • Photo Elisa Giardina Papa
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  • Photo Enrico Boccioletti
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  • Photo Okno Studio
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Rispondere a queste domande attraverso opere di artisti italiani è la sfida di questa mostra. Una sfida che non poteva essere affrontata senza l’aiuto di Eva e Franco Mattes, aka 0100101110101101.org, gli unici italiani inclusi nella recente rassegna Electronic Superhighway (2016 – 1966). BEFNOED (2014), il loro contributo alla mostra, consiste in una serie di brevi video che documentano delle micro-performance eseguite su commissione da online crowdworkers a partire da delle istruzioni loro assegnate. Il crowdworking è un’espressione perfetta dell’economia globalizzata: delle piattaforme online mettono in contatto “datori di lavoro” e “lavoratori”, a cui vengono assegnati piccoli compiti, pagati pochi dollari. Spesso i lavoratori provengono da paesi, e appartengono a classi sociali, per cui l’accumulo di tanti compiti produce un introito giornaliero irrisorio per un’economia capitalista, ma significativo per una economia in via di sviluppo. Eseguite By Everyone, For No One, Every Day, le azioni di BEFNOED sono performance d’arte nelle intenzioni dei committenti, piccoli lavori sottopagati nell’esperienza degli esecutori. Una volta realizzati, i video vengono disseminati, senza riferimenti alla loro origine, su oscure piattaforme di video sharing, e fruiti da pubblici accidentali che verosimilmente li apprezzano, o disprezzano, più come video amatoriali e assurdi di gente qualunque, che come parte di un progetto artistico. BEFNOED vive di Internet a diversi livelli, ma trova la sua unitarietà di progetto solo nello spazio installativo, in quegli schermi che volgono le spalle al pubblico e lo costringono ad assumere posizioni inusuali per essere fruiti: lì parla di nuove schiavitù, economie della disattenzione, e della uncanny valley tra opera d’arte e spazzatura mediale.

Quest’ultimo tema ricorre in altri lavori in mostra, come in The Importance of Being Context (2014), l’archivio video creato da Roberto Fassone in collaborazione con la curatrice Valeria Mancinelli. L’archivio raccoglie video amatoriali e virali trovati su YouTube, che ricordano ai curatori celebri performance artistiche degli anni Sessanta e Settanta – da Marina Abramovic a Bas Jan Ader – presentati come se fossero le performance che richiamano alla memoria. Partendo dall’analogia tra alcuni fenomeni virali e alcune traiettorie della vicenda “alta” della performance art – una analogia che può essere notata, ovviamente, solo a patto di far scendere quest’ultima dal piedistallo su cui l’abbiamo collocata – Fassone e Mancinelli propongono un affondo personale sulla coppia dialettica “avanguardia e kitsch”. Tema molto caro, a più livelli di lettura, ai membri del collettivo Alterazioni Video, presenti in mostra con due lavori: il turbofilm Surfing With Satoshi (2013) e l’installazione Take care of the one you love (2016). Nel primo, la ricerca di Satoshi Nakamoto – leggendario inventore del Bitcoin, la criptovaluta che ha rivoluzionato l’economia degli ultimi anni – offre il pretesto narrativo per un viaggio a Puerto Rico, raccontato secondo le convenzioni del “turbofilm”, un genere cinematografico di loro invenzione che converte i limiti economici e produttivi in uno stile fatto di riprese amatoriali, effetti dozzinali, sceneggiature scritte sul momento, materiale appropriato dalla rete. L’installazione, concepita per l’occasione, sviluppa un filone di ricerca cui Alterazioni Video lavora dal 2009, e che propone la traduzione installativa o performativa di alcuni contenuti virali di Internet. L’installazione, concepita per l’occasione, sviluppa un filone di ricerca su cui Alterazioni Video lavora dal 2009 e che propone la traduzione installativa o performativa di alcuni contenuti virali di Internet. Ogni singolo elemento dell’installazione trova la sua origine in una “found image”, ma si unisce agli altri nel comporre l’immagine forte di una rinuncia: un soldato addormentato in un contesto domestico, sotto la scritta “nessuna voglia di entrare nei libri di storia.”
La dimensione dell’online labour, già presente in BEFNOED, è esplorata in una sua peculiare declinazione da Elisa Giardina Papa in Technologies of Care (2016). Giardina Papa ha intervistato, a voce e via chat, diverse online workers che offrono quelle che potremmo definire prestazioni affettive mercificate: compagnia, dialogo, tempo, una sessione di gioco assieme. Una forma di prostituzione candida, che a volte sconfina nell’erotico ma che rimane diversa da quella offerta dagli “online sex workers”, e che se da un lato evidenzia la solitudine della società contemporanea e la ricerca di surrogati affettivi, dall’altro descrive un cambiamento nella struttura sociale della rete, che sempre di più mercifica attività che fino a poco fa venivano compiute per il puro piacere di farle, come conversare con un estraneo.
Le persone intervistate da Giardina Papa restano anonime, e i loro racconti sono interpretati da personaggi e voci sintetiche. L’anonimato viene coltivato come un valore nel panopticon contemporaneo, in cui una sorveglianza sempre più pervasiva trova come contraltare una tendenza alla condivisione sempre più istintiva e irresponsabile. Su questi due aspetti si soffermano, rispettivamente, i lavori di Paolo Cirio e Giovanni Fredi.

Nel ciclo Overexposed (2015), Paolo Cirio si appropria di nove fotografie private di altrettanti alti responsabili dell’intelligence americana, e le mette in circolazione nello spazio pubblico e nel mondo dell’arte grazie a una tecnica da lui inventata, che consente la creazione di una riproduzione ad alta qualità di un’immagine fotografica. In questo modo, Cirio viola il privato delle persone che stanno coordinando la più massiccia invasione della privacy di tutti i tempi, agendo nell’ombra delle grandi agenzie – come la CIA o l’NSA – che rappresentano. I ritratti fotografici della serie Everyone has something to share (2015), di Giovanni Fredi , sono invece autoritratti, o selfie, letteralmente “regalati” ai dispositivi in vendita negli Apple Store di varie città del mondo dai loro potenziali clienti, che li provano registrando un’immagine di se stessi, per poi abbandonarla al proprio destino. Collezionandole e stampandole, Fredi inserisce queste immagini nella tradizione del ritratto, rendendole meno effimere, ma al contempo evidenzia senza commentarla questa urgenza di condivisione che ha trovato sfogo nei media digitali.
Molti degli artisti in mostra sembrano accomunati da una spasmodica ricerca di senso in un presente che non consente lo sviluppo di una narrazione coerente del reale. Che si concentrino su temi socio-politici o privati, o su questioni più formali, avanzano a tentoni nel disordine contemporaneo. In Angelo Azzurro (2014), Enrico Boccioletti affronta la crisi di una delle ultime utopie del Ventesimo secolo, il sogno di una Europa unita, omaggiando con altrettante variazioni di un unico cocktail undici protagonisti della cultura occidentale che hanno scelto la strada del ritiro, della rinuncia attraverso il suicidio. Questa disperazione generazionale si coagula in un video essay di montaggio, in cui cultura dance, filosofia, immagini che emulano lo stile delle stock images, effetti digitali, video tutorial e statement filosofici si mescolano in una accorata richiesta di realtà.

Mara Oscar Cassiani e Natalia Trejbalova indagano, in modi molto diversi, alcune delle risposte che la società contemporanea sta dando a questa esigenza. Nella performance e nella installazione Eden (2015), Mara Oscar Cassiani esplora la ricerca del relax, il culto dell’acqua e la cura del corpo come vengono codificati, e mercificati, dal mondo delle SPA, sviluppando pratiche performative di meditazione mediata da dispositivi mobili, e impersonando questa bizzarra utopia post-storica che non ha più nulla di sociale. Nel video 32.min RELAX (How To Build An Arcipelago) 2 (2015) e nell’installazione dekorativne with A sustainable solution 4 home (2016), Natalia Trejbalova visualizza, mescolando immagini di stock, video tutorial amatoriali, effetti dozzinali, i sogni e gli incubi di una generazione che vede prossima la privatizzazione dell’acqua e il collasso climatico dell’astronave terra, a cui oppone la creazione di piccoli ecosistemi domestici: come gli acquari idroponici, che emulano i cicli naturali (l’acqua viene filtrata dalla pianta che vi si alimenta) e portano l’eden in casa nostra, ma fanno al contempo della vita (della pianta, del pesce) un oggetto di esposizione e di contemplazione.
Una atmosfera postapocalittica fa da sfondo anche al lavoro di Simone Monsi, anche quando, come nella serie Transparent Word Banners (2015), adotta una voluta leggerezza espressiva. Dei piccoli appendiabiti a forma di cuore sostengono dei fili di nylon che scandiscono, con delle lettere in perspex trasparente dalle tinte pastellose, frasi popolari nei social media, come Why so alone o Cried a lot in my dreams last night. Il lavoro affronta il senso di ansia e di isolamento che caratterizza molti utenti iperattivi sulle reti sociali, e il tema dell’appiattimento culturale volontario, ossia la tendenza alla banalizzazione dei propri codici espressivi di chi ha capito come funziona il gioco della popolarità online.
Anche Kamilia Kard sceglie spesso tinte pastello, effetti glitter, giochi infantili e il fascino obliquo della modellazione 3D – in perenne equilibrio tra le categorie del naturale e dell’artificiale, del reale e del simulato – per affrontare temi che non sempre condividono questa leggerezza di forme espressive. Betrayal (2016) parla del tradimento infantile innestando in coloratissimi cupcake di peluche delle vagine animate da effetti glitter: il lavoro seduce e disturba, assoggettando lo spettatore alle medesime dinamiche della violazione, inizialmente vissuta dal bambino come dimostrazione di attenzione e come gioco. My Love Is So Religious – The Three Graces (2016) appartiene a un ciclo di lavori sull’influenza delle forme di comunicazione online sull’amore, e su come il gossip possa costruire un’infrastruttura narrativa attorno a una storia reale, costruendo un atollo della memoria pieno di echi personali, ma anche storici, mitologici, religiosi.
Il lavoro recente di Marco Strappato si arrovella attorno a due ossessioni: il modo in cui l’immagine di paesaggio stia cambiando nell’era delle interfacce e della vita sullo schermo, e il modo in cui le arti plastiche stanno reagendo alla nostra consuetudine con la forma-schermo. In mostra presenta tre lavori autonomi concepiti come un’unica installazione per la mostra di chiusura della sua esperienza al Royal College of Art di Londra: Untitled (Sunset in Utopia), una stampa di paesaggio simulato attraverso l’uso di un gradiente, e le due sculture Apollo and Daphne e Laocoön (2015), in cui degli armadietti da ufficio che ospitano la traduzione scultorea dell’idea di “file”, sono combinati con dei supporti snodabili per schermi LCD.
Il soggetto del Laocoonte ritorna curiosamente anche nel lavoro di Quayola, che nel suo Laocoön #D20-Q1 (2016) parte da un clone 3D della scultura originale per sviluppare le conseguenze estetiche della sua digitalizzazione, ossia della sua conversione in bit e poligoni che da solido artefatto e da capolavoro immutabile ne fanno un oggetto liquido, che può essere sottoposto alle più audaci variazioni. Quayola esplora le estetiche del digitale rivendicando il diritto di inserirsi nella storia di opere fra le più omaggiate e seminali della cultura occidentale; ma riflette anche, nei suoi omaggi ai prigioni di Michelangelo e al Laocoonte, sulle nozioni di incompiuto e di restauro integrativo.
Il rapporto con la storia e la tradizione è cruciale anche per Federico Solmi , che con il ciclo The Brotherhood (2015 – in corso) ci regala, in una serie di quadri animati che rinfrescano e sovvertono la lunga tradizione del ritratto di rappresentanza, una delle sue più felici satire del potere. Dei leader politici – storici e contemporanei – Solmi coglie e rivela, con lucido, violento sarcasmo, l’aspetto ridicolo. Lo fa senza curarsi del loro ruolo storico, o della loro attuale ricezione, convinto che la “fratellanza” di cui fanno parte abbia l’obiettivo di “mantenere il mondo nel caos e promuovere la degenerazione della razza umana”. Le sue video animazioni sono ottenute, secondo una pratica ormai consolidata, mappando i suoi disegni su modelli e ambientazioni 3D create utilizzando una versione modificata del motore grafico di un videogame – un medium di cui conservano la natura frenetica, la capacità immersiva, e la tensione dinamica verso un esito che spesso si raggiunge mediante l’uso della violenza.

Altri tempi altri miti. 16a Quadriennale d’Arte
Cyphoria
13 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017
Palazzo delle Esposizioni
via Nazionale 194
Roma
tel +39 06 39967500
www.quadriennale16.it

BIOGRAFIA – Domenico Quaranta

foto courtesy Rinaldo Capra

Domenico Quaranta is a contemporary art critic and curator. His work focuses on the impact of current means of production and dissemination on the arts, and on the way they respond – syntactically and semantically – to the technological shift. He is the author of Beyond New Media Art (2013) and the Artistic Director of the Link Center for the Arts of the Information Age.

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