È stato solo alla terza persona che mi ha detto di quanto fosse insipido e noioso lo spazio di Lexus in Zona Tortona che, essendo io come quel santo di nome Tommaso, ho deciso di andare a verificare personalmente la situazione. Effettivamente, in un Salone (e Fuorisalone) come quello di quest’anno, con record di presenze e tantissima carne al fuoco, la curiosità data dall’eco di una notizia – sia essa positiva ma ancor più negativa – sale proporzionalmente rispetto all’importanza del brand o dell’evento che racconta.

Mentre attraversavo il fiume in piena di gente nelle strette vie situate dietro la stazione di Porta Genova, riflettevo su quanto fosse ingiusto pensare al design come a qualcosa che possa essere giudicato in maniera così diretta e “di pancia”, essendo questo un lavoro dove, nella maggior parte dei casi, c’è alle spalle un’intensa ricerca invisibile nel risultato finale.
A questo proposito, mi sono ricordato di quello che avevo visto il giorno prima al padiglione 7 del Salone, negli stand di Fendi e Bugatti Motors. Stand che hanno come comune denominatore un target di clienti molto alto e il fatto che non nascano come aziende di furniture, sebbene i loro ambiti siano a tutti gli effetti di design.

Affollatissimo Fendi, pieno soprattutto di asiatici, impressionati dallo sfarzo di quei materiali, di quei ghirigori, di quelle linee che diventano classicheggianti dapprima e che vogliono poi cercare di seguire il trend del momento, mischiando sete e lampade, pelle e grafiche asiatiche, in un melting pot di stili e culture che non definisce alcun concetto chiaro, se non quello di un lusso che cerca di avvicinarsi alla vita di tutti i giorni, rimanendo però sempre troppo distaccato.

Situazione simile da Bugatti Motors, uno o due stand più in là. Qui l’ultimo, bellissimo, velocissimo e modernissimo modello esposto in vetrina, pronto a essere immortalato dalla folla di visitatori abbagliata dalle inconfondibili forme dell’auto di Molsheim, si scontra con il tentativo di creare una linea di sedie, tavoli, divani e punti luce in stile Bugatti che, tralasciando il dinamismo delle forme, sembrava avere ancora troppo da invidiare a quelle dei meno nobili (di nome) ma più preparati atelier di arredo che li circondava.

  • Bugatti, Salone del Mobile, seduta
    Bugatti, Salone del Mobile, seduta
  • Citizen, Tortona Design Week, installazione, particolare
    Citizen, Tortona Design Week, installazione, particolare
  • Fendi, Salone del Mobile, servizio da tavola, tavolo, sedie, lampadario
    Fendi, Salone del Mobile, servizio da tavola, tavolo, sedie, lampadario
  • Foscarini, Brera, installazione in stile “camera ottica”
    Foscarini, Brera, installazione in stile “camera ottica”
  • Bugatti, Salone del Mobile, tavolo
    Bugatti, Salone del Mobile, tavolo
  • 6designemozioni
  • Lexus, Tortona Design Week, entrata
    Lexus, Tortona Design Week, entrata
  • Lexus, Tortona Design Week, scultura
    Lexus, Tortona Design Week, scultura
  • Lexus, Tortona Design Week, nasturzio, lampone e fragola
    Lexus, Tortona Design Week, nasturzio, lampone e fragola
  • KUKAN for Panasonic, Brera, installazione (courtesy of Panasonic)
    KUKAN for Panasonic, Brera, installazione (courtesy of Panasonic)
  • Moooi, Tortona Design Week, seduta
    Moooi, Tortona Design Week, seduta
  • Moooi, Tortona Design Week, seduta
    Moooi, Tortona Design Week, seduta

Certo è che alcuni brand hanno messo tutti (o quasi) d’accordo.

La splendida installazione di Citizen in Zona Tortona, realizzata con migliaia di piccol

ogi sospesi a mezz’aria da fili invisibili che brillavano creando un immenso cielo stellato, ha oggettivamente lasciato tutti a bocca aperta.

Stessa cosa per MOOOI, sempre in Zona Tortona, dove più che all’installazione si dava forza alle idee, al concetto, all’oggetto. E splendida era la seduta in marmo, la cui forma è data dall’illusione che il materiale pesi così tanto da piegare la struttura retrostante (ovviamente composta da un altro più leggero materiale). Bellissimi anche i divani che, rigirati di novanta gradi e ancorati a una solida struttura, diventavano delle comodissime e originali sedute.

Pragmatico e organico, invece, lo spazio di Foscarini, in Brera, dove l’installazione di Laviani, composta da un colorato gioco di prospettive sulla falsa riga delle camere ottiche, giocava a sottolineare i cambiamenti e le novità di quest’anno del brand. Tutto ciò ha creato un messaggio diretto e piacevole, facilmente comprensibile e di indubbio effetto scenico.

Altri spazi hanno invece emozionato, ma non hanno convinto appieno, come l’installazione KUKAN by Panasonic, in Brera. Qua, sette colonne alte 3 metri, recanti 140 monitor, raccontavano, all’interno di una stanza buia, i suoni, i colori, la storia del Giappone: una narrazione godibile nell’atto di attraversarla, avvicinandosi e toccando con mano. Tutto molto bello, se non fosse che all’entrata non v’era informazione alcuna su chi fosse il padrone di casa e su ciò che avremmo visto. Informazioni che si potevano trovare poi sulla brochure, disponibile all’uscita. Insomma, bene ma non benissimo.

In pochi, invece, hanno provato emozione nell’installazione di Tommy Hilfiger in Zona Tortona, altro nome altisonante che proponeva una passeggiata all’interno di un’isoletta, nel verde di una vegetazione florida e tropicale, e una volta arrivati in cima… CLICK, una bella foto. Nient’altro. Certo, potevi prendere un boa (di plastica), un coccodrillo (di plastica), un fenicottero (di plastica) e farti il selfie con loro, ma finiva lì. E te ne andavi via un po’ così, senza portarti nulla da quell’esperienza. Anzi sì, una foto. Col boa (di plastica).

Destandomi dai miei pensieri arrivo a destinazione. L’installazione di Lexus è fondamentalmente una galleria multisensoriale. Entri da un passaggio sotto travi di legno, e trovi orologi con tecnologie nuove, un vestito che sembra una medievale cotta di maglia, una scultura, informazioni sui materiali innovativi derivati da alghe e conchiglie usati da Lexus e non solo, l’immagine di un’auto che si vede in trasparenza. Alla fine del percorso, una zuppa servita in un bicchiere da sake, una foglia di nasturzio con goccia di lampone e fragola, sempre da mangiare. Dopodiché, l’uscita.

Fuori dall’installazione, mi rendo conto che in questo grande pentolone pieno di idee che è il Salone del Mobile è quantomeno complicato distinguere una cosa buona da una cattiva, un’idea valida da una scadente e alla fine la differenza la fa la “pancia”, l’emozione immediata, il viso di chi è appena entrato nell’installazione o di chi ne è appena uscito.

Il design vive delle emozioni che esso stesso suscita, indipendentemente dal lavoro che c’è stato a monte, anche se quest’ultimo ne aumenta il valore oggettivo. Ed è, infatti, in una luce, una superficie, un colore, una prospettiva che posso ricordarmi di qualcosa visto al Salone del Mobile 2016.

Perciò, come nelle cose positive, sono andato incontro anche a quelle negative, che vivono dell’assenza di queste sensazioni, visitando Salone e Fuorisalone, indipendentemente dal grande lavoro e dalla ricerca svolti da coloro che volevano regalarmele.

Come dare torto, dunque, agli amici che mi hanno detto che Lexus, malgrado il nome, quest’anno, non era nulla di che?

 

Authors
VALERIOPESCI160x160 Valerio Pesci, IED Student

 TongWu160x160Tong Wu, IED Student

 shanshan_leng160x160Shanshan Leng, IED Student

xinran_liu160x160Xinran Liu, IED Student

yuhua_ruan160x160Yuhua Ruan, IED Student

 

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