Una delle conquiste più importanti del XX secolo è stata la capacità di leggere il mondo attraverso un paradigma non deterministico ma complesso. Una vera rivoluzione silenziosa, che ha introdotto delle variazioni profonde sul nostro modo di vivere e di pensare ben più ampie di quanto immaginiamo. Questa rivoluzione si potrebbe rappresentare con la differente esperienza nel navigare per mare con una serie di carte nautiche in scale differenti, il portolano e il bollettino e la carta meteo, oppure con un ipad con cui zoomare con le dita, differenti set di informazioni sovrapposte selezionabili in un modello 2d/3d satellitare. Quei mari e quelle coste sono sempre le stesse: quello che è cambiato oggi, però, è che noi le osserviamo in un continuum a scala variabile, contributo di molti esperti e utenti senza volto. È poco produttivo ostinarsi a rincorrere rapporti di cause e effetti precisi. Da un lato niente di tutto ciò che oggi vediamo e viviamo come effetto della contemporaneità o sogniamo come prossimi obiettivi avrebbe potuto svilupparsi con una visione collettiva del mondo in cui cose, invenzioni, discipline, processi, problemi e persone sono considerate separate, a cui non si concede la libertà di interagire al di là dei confini. Dall’altro lato sono proprio le invenzioni, le scoperte, le professioni ad aver contribuito collettivamente al formarsi di una nuova visione del mondo.

Oggi lo status delle cose, dei lavori, dei saperi, conta relativamente poco e lascia il posto all’importanza e alla centralità del loro movimento: innovare vuole dire investigare e promuovere sviluppo verso una direzione. Dopo aver allentato i catenacci che chiudevano porte e finestre delle stanze delle cose e dei saperi, oggi osserviamo il mondo in maniera diversa: si è dato a questo fenomeno il nome di complessità per indicare che le cose non sono isolate, ma tutte in sistemi di relazione. Parlano fra loro, influenzandosi mutualmente in tutte le direzioni e anche con catene molto lunghe di passaggi apparentemente invisibili che prima non saremmo stati in grado di vedere o immaginare. Viviamo oggi in un mondo complesso, ma non difficile, che chiede molta apertura mentale e regala soluzioni sorprendenti. Il risultato è che il vero core della formazione al design, oggi è diventato identificare un tema di progetto, gli strumenti adeguati a svilupparlo, le necessarie competenze a risolverlo. Se nel passato la formazione educava i designer all’interno di perimetri dell’episteme disciplinare, oggi i bordi sono labili.

Una volta si formavano architetti che si occupavano solo di certi aspetti di un problema; oggi abbiamo architetti che sono “ibridi” con informatici, economisti, pubblicitari o quanto altro sia necessario ad affrontare un tema progettuale. Sempre di più i temi cambiano in fretta e il job title diventa inadeguato o almeno poco indicativo. Per avere smart buildings, ad esempio, si devono immaginare sistemi di integrazione con una smart mobility, probabilmente in simbiosi con delle reti di distribuzione dell’energia che recuperano oltre che consumare, ma anche sistemi educativi di cittadini, nuovi modelli di tassazione basati sugli impatti più che sulla ricchezza; infrastrutture urbane che dialogano per il raggiungimento di confort maggiori a costi sociali e ambientali differenti; indumenti responsive adattabili e connessi; organizzazione di gruppi di cittadini in grado di contribuire ad un infinità di aspetti della collettività, fino a diventare un vero e proprio lavoro, alter ego delle amministrazioni e dei servizi pubblici. È così che oggi, occuparsi di Smart buildings and sustainable design significa coinvolgere
programmatori, maker, mobility manager, architetti, biologi in aspetti ed esperienze teoriche, strumentali e progettuali; temi di progetto che studiano facciate intelligenti, sistemi di mobilità integrata con gli edifici, accumulo dell’energia e modi di diffonderla presi a prestito dalla biologia.

Un esempio su tutti, nel 2016 il Master in Smart Buildings and Sustainable Design avrà come partner il consorzio Hyperloop Transportation Technologies, il visionario progetto di trasporto a velocità subsonica su sistema pneumatico. Non è un passaggio dalla semplicità alla complessità quello che stiamo vivendo, ma un nuovo modo di affrontare l’eterno problema della difficile esperienza umana nella sua interazione con l’ambiente. Dove una volta esperti diversi approfondivano le loro discipline senza parlarsi, il mondo oggi richiede menti flessibili, pronte a intrecciare i tasselli della loro educazione per metterli al servizio di un mondo che si sta adeguando al nuovo paradigma. “Profili ibridi esperti” che sappiano affrontare la complessità di quelli che sono i grandi temi della contemporaneità.

 

BIOGRAFIA – Riccardo Balbo

riccardo_balbo

Dottore di ricerca, Architetto, oggi Direttore di IED Torino.
Fino al 2013 è Direttore dei Master in Digital Architectural Design e in Urban Regeneration presso la School of the Built Environment, University of Salford, Manchester (UK), dove ha fondato il gruppo di ricerca MIND (Mediated Intelligence in Design).
Membro del comitato scientifico del Centro di Ricerca e Documentazione in tecnologia, architettura e citta’ nei PVS (Politecnico Torino), di TSC – Trasmettere la Città Sostenibile (Fondazione Ordine Architetti Torino) e membro del istituto di ricerca ICT in Construction (SOBE/Salford). Presso il Politecnico di Torino, con cui collabora da 14 anni, è docente incaricato di Composizione Architettonica e Urbana nel corso di laurea internazionale interfacoltà dove é stato consulente per I3P – Incubatore delle imprese, SITI – Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione e Camera di Commercio di Torino. Svolge attività professionale e di ricerca dal 1997. Gli ambiti della sua ricerca scientifica sono, oltre alle ICT in architettura, la rigenerazione urbana sostenibile, i sistemi complessi e l’architettura vernacolare.

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